Il cohousing può essere definito come una tipologia di abitazione collaborativa nella quale i residenti partecipano attivamente nella progettazione e nella scelta del proprio vicinato.

I residenti accettano di vivere come una comunità in cui le abitazioni private, che rimangono un inviolabile spazio di privacy, vengono completate da aree comuni che incoraggiano l’interazione sociale. Gli spazi privati contengono tutte le caratteristiche delle case convenzionali, ma i residenti possono accedere a ulteriori attrezzature e strutture comuni come giardini, lavanderie, sale hobbies, cucine e sale comuni.

I benefici del cohousing

La gestione della comunità è direttamente a carico dei residenti senza che venga a crearsi una leadership dominante. Le attività svolte all’interno del cohousing non devono generare reddito ulteriore per i singoli residenti. Tuttavia, non è possibile darne una definizione univoca, poiché non tutte le comunità abitative che si definiscono cohousing rispondono per intero ai requisiti suddetti e possono assumere proprie peculiarità.

Così come per molti fenomeni sociali, anche il cohousing è nato come risposta innovativa ai bisogni della nuova società, in cui il modello urbano, l’incremento dei costi e l’affermazione dell’individualismo hanno comportato una graduale dissoluzione delle reti parentali tradizionali e della vita comunitaria, di fatto non supportate dalla fragilità dei servizi di welfare. Paradossalmente infatti più la popolazione urbana aumenta più e più cresce la solitudine dei suoi abitanti. Il cohousing rappresenta dunque una valida soluzione contro la disgregazione della vita comunitaria, rafforzando la coesione soprattutto tra i gruppi sociali più a rischio.

Il cohousing per anziani

In Italia gli anziani che vivono da soli sono 3,5 milioni, ben 2,3 hanno più di 75 anni e il 46% di loro ha una pensione inferiore ai 1000 euro al mese. In questo panorama non proprio luminoso, si sta facendo strada un modello residenziale realizzato in Danimarca, ormai diffuso in varie parti del mondo, grazie al quale gli anziani possono convivere con gli amici in comunità.

Secondo uno studio condotto negli USA, gli anziani che vivono in contesti di cohousing rimangono autosufficienti per una media di 10 anni in più rispetto agli anziani che vivono da soli, stimolati a rimanere autonomi e in buona forma fisica per continuare ad essere parte attiva della comunità.

I benefici del cohousing per anziani

L’introduzione del cohousing per anziani comporta numerosi vantaggi, uno dei più riconosciuti è l’innovazione dei servizi di cura, grazie a pratiche di co-care capaci di risolvere i problemi assistenziali meno complessi. Per questo il senior cohousing viene incentivato sempre di più dai governi nordeuropei che, in questo modo, trovano una soluzione efficiente ad un problema assistenziale. Questo, sebbene non possa sostituirsi alle cure fornite dagli specialisti, offre la possibilità ai cohouser di supportarsi reciprocamente nei periodi di maggiore difficoltà.

Inoltre rende possibile l’ottimizzazione del servizio fornito degli specialisti, attraverso l’implementazione di economie di scala, e ne derivano vantaggi economici sia per coloro che gestiscono le strutture, sia per gli inquilini stessi, grazie alla possibilità di aggregare la domanda di servizi. Il cohousing promuove anche l’invecchiamento attivo e il coinvolgimento sociale degli anziani, in quanto è considerato un ottimo antidoto per l’isolamento favorendo l’inserimento della persona anziana nella vita degli inquilini.

Gli anziani soli, con una grande casa a disposizione, possono decidere di affittarne le stanze, ospitando non solo coetanei, ma anche giovani studenti universitari; solitamente si tratta di affitti modici, in cambio di compagnia e collaborazione nei lavori domestici. Inoltre, gli anziani, quando vivono da soli, si trovano ad affrontare in solitudine i costi delle bollette sempre crescenti e il cohousing è un’ottima soluzione a queste continue maggiorazioni; infatti, oltre a percepire un salario minimo per l’affitto della stanza, l’anziano spartisce con i coinquilini le spese delle bollette, trovandosi così ad affrontare una spesa mensile minore e quindi con la possibilità di concedersi maggiori agi.

Il cohousing in Italia

Infine, grazie alle partnership pubblico-privato-non profit prima descritte può rappresentare uno strumento attraverso cui incrementare la sostenibilità degli interventi e dei progetti.

Nonostante questi evidenti vantaggi, il cohousing è ancora poco diffuso tra gli anziani italiani. I pregiudizi culturali costituiscono una barriera che ha frenato l’affermarsi del modello abitativo comunitario soprattutto in Italia, paese così legato ai modelli familiari tradizionali – in cui i bisogni di cura e socializzazione sono quasi esclusivamente soddisfatti all’interno della famiglia – e alle forme di proprietà classiche dell’abitazione: gli anziani spesso non amano vivere con altri, condividere spazi e oggetti e sono restii a cambiare casa o quartiere.

Tuttavia, è ragionevole pensare che nei prossimi anni tale atteggiamento possa cambiare. In parte, per necessità: i cambiamenti delle strutture familiari e sociali imporranno di cercare cura e socialità anche all’esterno della famiglia. In parte per ragioni culturali: le future generazioni di anziani saranno probabilmente più informate e aperte ai nuovi servizi di welfare (tra cui queste modalità abitative) e sapranno dunque coglierne maggiormente gli effetti positivi.

L’innovazione delle politiche abitative e dei servizi di welfare passa dunque per un cambiamento culturale da promuovere sia tra i cittadini che tra investitori privati e istituzioni, al fine di avviare una “fase pioneristica” fondata sull’iniziativa privata e sul coinvolgimento progressivo di gruppi, di comunità, di sistemi locali e di reti trans-territoriali in cui sperimentare progetti innovativi.

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