Sempre più studi scientifici stanno dimostrando la profonda connessione che unisce, come con un filo sottile e invisibile, questi quattro termini. Apparentemente, una considerazione approssimativa, potrebbe portare a pensare che sia difficile trovare punti in comune tra l’uso dei farmaci, l’utilizzo di parole e termini specifici, le speranze del paziente e dell’operatore e l’empatia. La definizione che potrebbe aiutarci a comprendere le relazioni dirette tra le quattro componenti sopracitate sono le interazioni, siano esse di natura farmacologica, fisiologiche e umane.

 

Farmaci

La parola farmaco deriva dal greco  φαρμακον, pharmakon, che vuol dire “rimedio, medicina“, ma anche “veleno“. È un termine dal significato più ampio di medicamento, che indica i prodotti usati a scopo terapeutico per curare le varie patologie mediche. La storia del farmaco è lunga quanto quella della civiltà, le sue origini, infatti, possono essere già individuate “in quei tentativi condotti dai cosiddetti uomini primitivi volti a riconoscere le proprietà benefiche contenute in erbe, acque sorgive e sostanze alimentari”. Un farmaco può essere utilizzato o somministrato allo scopo di ripristinare, correggere, modificare funzioni fisiologiche, esercitando un’azione farmacologica, immunologica o metabolica, oppure per stabilire una diagnosi medica. Un farmaco può anche essere utilizzato per sospendere o far cessare funzioni fisiologiche.

Ai giorni nostri, l’utilizzo e la commercializzazione sempre più estesa dei farmaci ha portato ad una grande medicalizzazione dei vari disturbi che affliggono tutti noi. La maggior parte di essi supera test clinici molto selettivi, ed entra nel libero commercio con standard di sicurezza altissimi.

Uno dei principali test cui vengono sottoposti è il “Test di controllo con un farmaco placebo”. Ognuno di noi avrà certamente sentito parlare almeno una volta nella vita di effetto placebo. Quando si vuole testare un nuovo farmaco (o una nuova terapia), si paragona un gruppo di pazienti che riceve il trattamento vero e reale a un altro sottoposto invece a un trattamento finto (il placebo): procedura necessaria perché spesso i pazienti che seguono la terapia finta mostrano un miglioramento. Fino a pochi anni fa, l’interesse dei ricercatori era diretto esclusivamente a vedere se la terapia vera funzionasse meglio della fittizia. Oggi, invece, ci si è cominciato a chiedere perché chi assume un placebo spesso migliora: è emersa così un’affascinante interazione fra mente e corpo in cui eventi mentali complessi sono in grado di influenzare tutto il nostro organismo.

 

Parole e speranze

Fabrizio Benedetti, neurofisiologo di fama nazionale, dimostra scientificamente gli effetti fisiologici delle parole e della speranza sui circuiti neurali. Nel suo libro, “La speranza è un farmaco, attraverso i risultati delle sue ricerche, conferma come il nostro cervello sia dotato di bersagli chimici che possono essere colpiti efficacemente sia dalle parole che dall’interazione sociale, sia da molecole che farmaci. La speranza e la fiducia del paziente muovono una miriade di molecole nel cervello e, alla luce delle scoperte fatte, tale componente psicologica usa gli stessi meccanismi dei medicinali. Come? Attraverso due meccanismi principali: l’aspettativa, intesa come la speranza e l’anticipazione di una ricompensa o un evento piacevole che possa ridurre il dolore e l’apprendimento, intesa come l’associazione continua tra un fatto e una risposta positiva in modo che la prima renda sufficiente a generare la seconda anche senza farmaco. In tal senso, i medici e tutto il personale sanitario, dovrebbe porre maggior attenzione all’uso corretto di un linguaggio che sia più prossimo all’empatia e all’attenzione verso il paziente. In un certo senso si potrebbe affermare che la prima cura risulta davvero essere il modo in cui il medico o il terapista comunica con il paziente, dalla parola al tono, al gesto, impregnati di umanità e di gentilezza. Per essere ancora più tecnici e specifici, si dovrebbe ora parlare di “interazione medico-paziente”. l diffondersi dell’informazione biomedica di massa, l’accrescersi della sensibilità alla salute come diritto, le promesse e le aspettative associate al progresso tecnico, i percorsi di aziendalizzazione dei servizi sanitari: questo insieme di processi trasforma in profondità la scena della cura, che si fa rapidamente più allargata, policentrica, complessa.

Oggi anche la scienza ci dice che le parole sono frecce potenti che colpiscono precisi bersagli nel cervello e questi bersagli sono gli stessi dei farmaci che la medicina usa nella routine clinica. Ciò significa che la relazione medico-paziente è fondamentale per un percorso di cura sempre più personalizzato ed efficace, poiché la modalità di porsi e il rituale terapeutico producono un effetto benefico che va a potenziare quello dei farmaci o, in alcuni casi, può addirittura essere alternativo ad essi. Numerosi articoli accademici hanno dimostrato come una miglior interazione medico-paziente, caratterizzata da maggior ascolto, maggior presenza e contatto “umano”, maggior empatia e conferma delle aspettative terapeutiche, siano alla base di un aumento importante dell’effetto compliance sia nella terapia stessa che nel rapporto tra operatore e paziente. La compliance, per definizione, indica il grado con cui il Paziente segue le prescrizione mediche, siano esse farmacologiche o non farmacologiche (dietetiche, di regime di vita, di esami periodici di monitoraggio ecc). Valutare l’osservanza del Paziente alle prescrizioni mediche è piuttosto importante, poiché, in generale, una terapia che non viene effettuata con puntualità e precisione perde di efficacia. Di conseguenza, una scarsa compliance può favorire l’insorgenza di complicazioni, recidive o prolungamenti della malattia che si prefigge di curare.

 

Empatia e compliance

La relazione medico-paziente è stata troppo spesso trascurata dalla medicina moderna. Eppure le parole contano. Le moderne neuroscienze ci possono oggi descrivere cosa succede nel cervello del paziente quando interagisce con il proprio medico. Ciò che sta emergendo è che questa interazione speciale e unica, dove il paziente crede e spera, attiva gli stessi meccanismi che son o attivati dai farmaci. Maggiore è l’interazione fra il medico e il suo paziente, maggi ore la probabilità di successo di una terapia. Perché le parole sono farmaci, e sono spesso tanto importanti quanto le molecole. E se questo è vero, come dimostrerebbero diversi studi clinici, non possiamo più pensare che un’adeguata relazione terapeutica sia opzionale, possiamo al contrario dire che non applicarla sarebbe come non somministrare un farmaco o non erogare una prestazione clinica.

E’ la vittoria del modello biopsicosociale! E cosa prevede tale modello? È una strategia di approccio alla persona, che attribuisce il risultato della malattia all’interazione variabile di fattori biologici, psicologici e sociali. Il modello si contrappone a quello biomedico, che attribuisce la malattia principalmente a fattori biologici, come virus, geni o anomalie somatiche, che il medico deve identificare e correggere.

 

 

 

Riferimenti Scientifici

Benedetti F., “La speranza è un farmaco”, Mondadaori, 2018.

 

Vincenzo Iadevaia, Antonella Piscitelli e Roberto Colonna, Una breve storia della farmacologia occidentale, in Giornale Italiano di Farmacia Clinica, vol. 33, n. 2, 1º aprile 2019, pp. 86–106

 

Santrock, J. W. (2007). A Topical Approach to Human Life-span Development, 3rd edn. St. Louis, MO: McGraw-Hill.

Engel George L, The need for a new medical model: A challenge for biomedicine, in Science, vol. 196, 1977, pp. 129–136.

Penney J. N., The biopsychosocial model of pain and contemporary osteopathic practice, in International Journal of Osteopathic Medicine, vol. 13, 2ª ed., 2010, pp. 42–47.

George L. Engel, The need for a new medical model: a challenge for biomedicine, in Science, vol. 196, n. 4286, 8 aprile 1977, pp. 129–36, Bibcode:1977Sci…196..129EDOI:10.1126/science.847460PMID 847460.

George L. Engel, The clinical application of the biopsychosocial model, in American Journal of Psychiatry, vol. 137, n. 5, 1980, pp. 535–544, DOI:10.1176/ajp.137.5.535PMID 7369396.

 

 

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