IL BAMBINO NELLA FASCIA: GIOIE E DIFFICOLTÀ

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Da sempre le madri portano “con sè” il proprio bambino, in braccio, addosso, con la fascia o in altro modo, ma sul proprio corpo. E’ un contatto che affonda le radici nell’antico. Lo possiamo fare anche noi oggi, portandolo in braccio o nella fascia. E con la fascia possono esserci gioie ma anche difficoltà.

Da sempre le madri portano “con sè” il proprio bambino, in braccio, addosso, con la fascia o in altro modo, ma sul proprio corpo. E’ un contatto che affonda le radici nell’antico. Lo possiamo fare anche noi oggi, portandolo in braccio o nella fascia. E con la fascia possono esserci gioie ma anche difficoltà.
Ad offrire alle madri uno spunto di riflessione è la dottoressa Ornella Piccini, psicoterapeuta e presidente dell’associazione “L’albero che cammina”.
“Tutti i popoli da sempre hanno usato fasce, pelli o quant’altro per portare i neonati con sé, sul proprio corpo, e non lo hanno fatto come lo facciamo noi oggi ovvero basando questa scelta con le teorie sul contatto, sul “pelle a pelle” (tutte molte giuste, ma troppo teoriche) – dice la dottoressa Piccini – lo hanno fatto per un semplice dato di fatto e cioè che il bambino sta con l’adulto e l’adulto fa la sua vita insieme al bambino, l’adulto non può e non deve interrompere tutta la sua attività per stare dietro a un bambino (sebbene con un neonato i ritmi debbano rallentare per il benessere di tutti), le donne stanno coi loro piccoli e nel frattempo vanno a prendere l’acqua, lavorano nei campi, cucinano, tessono”. Anche da noi possiamo dire che tutte le mamme tengono in braccio i loro piccoli, ma portare con la fascia aggiunge qualcosa e oggi molte madri stanno riscoprendo questo antico modo di stare insieme. Uno dei punti essenziali è che la madre, grazie alla fascia, può fare molte cose insieme al bambino: può muoversi liberamente, prendere cose, cucinare, insomma essere attiva”.
“Nell’accompagnare le madri nel percorso maternità mi trovo spesso però ad affrontare le difficoltà di qualche madre che si lamenta del fatto che il bambino non vuole stare nella fascia, non vuole essere portato. Mi sono allora proposta di condividere con molti (visto che la questione mi si presenta di sovente) il mio punto di vista a riguardo e gli aspetti su cui cerco di lavorare insieme a queste madri, visto che ciò spesso porta al superamento della difficoltà”.
E Piccini prende posizione spiegando come e perchè lo fa.
“Pronuncio a riguardo una sorta di sentenza, che so non essere nelle simpatie di molti, ma su questo punto credo non ci debbano essere mezzi termini: sono profondamente convinta che ogni bambino desideri essere portato e sappia che questo è il meglio per lui. Qui si vanno a toccare i bisogni fondamentali, come mangiare e dormire; essere portato non significa solo aver bisogno di contatto (questa ne è solo una parte), vuol dire far parte della vita degli adulti, fare con loro e non loro che smettono di fare per stare col bambino, vuol dire fare l’esperienza di muoversi nello spazio senza resistenza alcuna, ossia affidarsi. Usare la fascia, prima ancora di tutti i bisogni di contatto, è un’attività funzionale e intelligente e le attività funzionali e intelligenti aiutano l’uomo“.
Ma allora perché mai un bambino dovrebbe rifiutarsi di stare nella fascia?
“Ricordiamoci che i bambini, i neonati sentono tutto ciò che diciamo e che proviamo e ne capiscono il senso; questa non è fantascienza. In virtù di questa capacità di comprendere (ossia di prendere con sé) tutto il mondo che lo circonda, per prima cosa invito la madre a riformulare la questione non esprimendosi più nel senso “lui non vuole stare nella fascia” che rimanda sul bambino la responsabilità del tutto, bensì “noi abbiamo difficoltà a usare la fascia”. Questo apparentemente banale passaggio di punto di vista è fondamentale per attivare al meglio un processo di cambiamento. Il neonato si sente così subito sollevato dalla responsabilità di non riuscire in qualcosa che la mamma vorrebbe e sente piuttosto che la madre vive la fascia come una forma di relazione e comunicazione”.
“Partendo da questo presupposto possiamo allora considerare che un bambino che rifiuta la fascia ci sta comunicando qualcosa, sta rinunciando a un suo bisogno fondamentale. E se la madre non porta la fascia significa che per stare col bambino deve rinunciare a fare molte cose o interrompere le normali attività. Da qui deriva che il primo messaggio che ci sta mandando il bambino è “ho bisogno di avere attenzioni, di averti tutta per me”. Quello che osservo in questi casi è che la madre spesso si è risvegliata troppo presto dallo stato sognante tipico del parto, quello stato per cui la mente razionale è ancora sufficientemente “sospesa” e la frenesia tipica dell’attività quotidiana interrotta. Quello stato in cui molte donne che hanno da poco partorito possono ritrovarsi, dove sembra che i ragionamenti, i calcoli, le intellettualizzazioni risultino particolarmente ostici. Ciò non vuol dire che la donna non faccia niente, che anzi abbiamo detto essere una distorsione, ma che si occupi con calma della propria cura e di quella del bambino. L’accelerazione è una caratteristica dei nostri tempi e la sottovalutiamo sempre molto dopo un parto, ma accade spesso. Passare ore e giorni a letto è un segno evidente di questo stato di grazia che segue la venuta al mondo di una nuova creatura. Non ci concediamo più tutto questo. Quello che noto è che anche chi ha una consapevolezza profonda rispetto al parto e sceglie una nascita nel rispetto, magari in casa, sottovaluta sempre il post partum e quanta attenzione richiede per far sì che madre e bambino possano davvero godersi la loro luna di miele”.
“Quello che succede quindi è questo stato alterato, paradossale, in cui in realtà il bambino ci prende un sacco di tempo, per essere dondolato, per essere addormentato, calmato, allattato, la madre è stanca, la fascia non viene usata. Più la madre si dedica in modo esclusivo al bambino più lui ne richiede la presenza, in una spirale in cui la madre spesso si sente sopraffatta e non in grado di occuparsi delle sue cose. La fascia è quella dimensione in cui il bambino viene dondolato, addormentato, allattato senza intenzionalità ma come conseguenza del movimento spontaneo della mamma. Essere liberi di essere e fare ma insieme”.
“Alcune donne scelgono di usare la fascia solo occasionalmente o quando il bambino è stanco e a volte può anche funzionare, ma anche qui l’esperienza mi insegna che la maggior parte delle volte mettere un bambino nella fascia solo perché è stanco, o meglio quando è stanco, può addirittura essere controproducente, ovvero il bambino sembra rifiutare la fascia e sentirsi costretto. Da un punto di vista ergonomico ciò avviene perché un bambino (qui ci si riferisce a neonati sotto i 5 mesi, dopo le dinamiche cambiano notevolmente) che la maggior parte del giorno non sta nella fascia e quindi non sperimenta il movimento passivo e l’abbandono del corpo, accumula a livello della muscolatura maggiori tensioni e contrazioni che poi finiscono per rendere lo spazio-fascia costrittivo e non sufficiente a rendere sollievo e distensione. Tra le prime conseguenze di questa situazione vi sono le coliche, una situazione così diffusa che i pediatri addirittura la considerano fisiologica. Ecco perché consiglio alle madri di “indossare” i loro bambini la mattina al risveglio e danzare insieme la giornata.Non portare ha conseguenze sulla madre come sul bambino. Indossare un neonato rende i primi mesi pieni di godimento, placidi, i ritmi sonno, veglia, allattamento seguono i ritmi della madre, non vi sono sforzi per addormentare o calmare il bambino”.
“C’è anche un ultimo punto molto importante da toccare: tenersi un bambino tutto il giorno sulla propria pelle attiva dei processi in noi così profondi e ancestrali che la difficoltà può avvenire proprio a questo livello. Usare la fascia lo si può scegliere con la testa, convinti dalle teorie ad alto contatto, ma poi sceglierlo con la pelle, col cuore è tutta un’altra cosa che attiva le nostre ferite più profonde, le nostre mancanze. E’ sentire fondere due corpi, è lasciarsi andare, lasciarsi abitare da un altro essere. Saranno molteplici le obiezioni a tutto ciò: il lavoro, oggi sono altri tempi, non siamo in Africa, non ci si può permettere di fermarsi, va bene qualsiasi scelta purchè la donna sia felice. Tutto vero. Ma c’è altro. Ho sentito questo sulla mia pelle quando ho portato i miei figli, momenti dove la fascia sembrava non legarsi bene…e poi quel sudore tra le pelli a contatto, percepire ogni suo movimento. Ma questa presenza così forte, così intima, questo non potersi sottrarre, non poter fuggire alle sensazioni, è anche estremamente scabroso, è vertigine, è paura, è provocatorio, è amore senza sacrificio, amore per l’amore. È imparare a fermare, a fermarsi, esserci : è l’unica strada che abbiamo”.

di Alexis Myriel

Fonte http://www.aamterranuova.it

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Riccardo Lautizi

Autore

Riccardo Lautizi

Dioni aka Riccardo Lautizi, ingegnere e naturopata olistico specializzato in educazione alimentare e crescita personale, si dedica alla ricerca di tutto quello che riguarda il benessere dell’uomo e alla riscoperta della conoscenza della natura e dell’universo persa in quello che viene chiamato “progresso”. Fin dall’adolescenza indaga tutti i campi della conoscenza per trovare le risposte che ci permettono di avere una vita sana, gioiosa e degna di essere vissuta. Condivide un sapere che collega le più recenti scoperte scientifiche alla conoscenza millenaria di tutte le tradizioni fornendo consigli pratici da attuare nella vita quotidiana. E' fondatore anche del portale www.non-dualita.it

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