Il diluvio universale dalla tradizione indù a quella cristiana

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Il mito del diluvio universale attraversa tutta l’antichità e non è di certo una peculiarità della tradizione biblica che lo ha portato nella cultura occidentale. Infatti già nella mitologia Indù,Vishnu si manifesta in forma di pesce (o “Matsya”, qui come simbolo di “Verità”) a Satyavrata (che significa “votato alla Verità”) alla fine del periodo ciclico detto Manvantara. Vishnu gli annuncia che il mondo sta per essere distrutto dalle acque, gli ordina di costruire l’arca nella quale dovranno essere protetti i germi primordiali, cioè il necessario alla ripopolazione del mondo futuro, e lo guida nelle acque del diluvio. La rappresentazione indù del pesce che sorregge l’arca è praticamente equivalente a quella cristiana medievale, figura usata anche per rappresentare Cristo che sorregge la Chiesa. Lo stesso pesce indù, Matsya-avatara, è l’equivalente dell’Ichthus(“pesce” in greco) dei primi cristiani, tradizionalmente ricordato come sinonimo di fedele cristiano e giustificato in parte dalle parole di Gesù Cristo: <seguitemi e io vi farò pescatori di uomini> (Matteo 4:19 e Marco 1:17). Le stesse lettere che compongono la parola Ichthus, spesso inscritte nel simbolo cristiano, vengono interpretate come le iniziali di Iesous (Gesù) – Khristos (Cristo) –Theou (Dio) – Huios (Figlio) – Soter (Salvatore).

Se il parallelismo tra Matsya e Ichthus può non apparire a prima vista così forte, non vi è invece alcun dubbio sulla sovrapposizione perfetta tra Satyavrata e Seyidna Nuh, cioè il Noè biblico. L’unica possibilità che i due miti non siano in realtà lo stesso è che si riferiscano a due momenti identici di due ciclicità (Manvantara) differenti.

Questa simbologia ha ancora analogie con la storia di altro profeta biblico, Giona (o Seyidna Yunus). Qusto, incaricato da Dio di andare a predicare a Ninive, avrebbe disubbidito per dirigersi invece a Tarsis. Colpito nel tragitto da tempesta che lui stesso interpreta come punizione divina, viene inghiottito da un “grande pesce” che lo riporta sulla spiaggia. A differenza dei miti precedenti, in questo caso il pesce o balena si identifica con l’arca stessa. L’arca anche per lui rappresenta un periodo di oscuramento e passaggio tra due stati esistenziali e di coscienza (Giona infatti rinsavisce e chiede perdono) e l’uscita dall’arca è divenuta anche simbolo di “resurrezione”, nel senso di “rinascita” o “rigenerazione”.

La rappresentazione simbolica grafica dell’arca è la lettera araba “nun” (che significa appunto “grande pesce”), mentre Seyidna Yunus, cioè Giona, viene chiamato nella tradizione araba anche “Dhun I-Nun” (“Quello del Nun”). La lettera Nun è composta da una semicirconferenza inferiore che identifica l’arca stessa e un punto al suo interno che identifica il germe primordiale della nuova creazione, simbolo che può essere visto anche come la metà del simbolo del punto del cerchio, rafforzando l’idea di rappresentare una metà di un ciclo di creazione divina, secondo la concezione ciclica dell’antica tradizione orientale. Il concetto di “nuova nascita” associato al “nun” ritorna nell’analoga simbologia esoterica della caverna iniziatica, dove il rituale impone all’adepto simbolicamente di morire e rinascere con uno spirito nuovo, e dal fatto che la lettera precedente al “nun”, cioè il “min”, ha come principale significato quello di morte.

La semicirconferenza inferiore è inoltre un simbolo della coppa, intesa come la matrice nel quale è rinchiuso il germe non ancora sviluppato, cioè la metà inferiore dell’Uovo del Mondo o ancora il cuore divino che serba il germe dell’immortalità.

L’equivalente sanscrito del “nun” è la lettera “na”, che fondamentalmente rappresenta anch’essa una semicirconferenza con un punto centrale, ma capovolta rispetto al nun. In questo caso l’arco superiore rappresenta l’arcobaleno, motivo per cui nella simbologia arca e arcobaleno sono associati e hanno pure mantenuto la radice linguistica comune con l’arco. Questo simbolismo è incredibilmente efficace se si pensa che in natura l’arcobaleno compare proprio dopo un diluvio.

Arca e arcobaleno sono quindi i due complementi dell’Uovo del Mondo, uno terrestre, nelle acque inferiori, e uno celeste, in quelle superiori. Questa separazione delle due metà rappresenta la ciclicità al termine della quale la figura completa deve ricomporsi, quindi compiersi. Questa figura è, come detto, anche rappresentazione solare, per cui il “nun” inferiore diventa anche sole calante, mentre il “na” quello nascente.

Dal punto di vista numerologico il punto nel cerchio corrisponde a 1 e la circonferenza a 9 (vedi anche la quadratura del cerchio dei pitagorici), per un totale di 10, ma in questo caso essendo la somma di un “nun” e di un “na”, cioè 50 x 2, il totale diventa 100 (o 102) <il che indica come il congiungimento debba operarsi nel “mondo intermedio»; esso è infatti impossibile nel mondo inferiore, ambito della divisione e della «separatività», e, per contro, è sempre esistente nel mondo superiore, ove è realizzato principialmente in modo permanente e immutabile nell’eterno presente> [da “Simboli della Scienza Sacra” di Renè Guènon]. La complementarietà tra la forme tradizionali delle lingue sacre arabo e sanscrito è supportata dalla visione secondo cui queste due correnti culturali definiscono il ciclo della tradizione primordiale, il sanscrito come eredità più diretta e l’arabo come “sigillo della Profezia”.

Dopo il cataclisma per gli indù semplicemente inizia un nuovo Manvatara, il cui primo dei quattro periodi in cui è diviso si chiama Satya-Yuga e ricorda ancora l’idea della Verità. E’ in questo periodo infatti che viene riportato agli uomini il Veda (dalla radice “vid”, cioè “sapere”) intesa come la Scienza o la Conoscenza sacra, che in termini biblici può essere paragonata ad unaRivelazione primordiale. Durante il cataclisma il Veda (anche “Verbo” divino) era stato nascosto e protetto da Vishnu, rappresentato per questo come “shankha” (“conchiglia”), quindi pur essendo perenne doveva essere nuovamente rivelato all’uomo. Questa conchiglia conterrebbe quindi il suono primordiale del Verbo divino (per gli indù rappresentato dall’OM) che si manifesta contemporaneamente nei tre mondi, i cui simboli compongono sia la figura della conchiglia che quella dell’orecchio umano, qui simbolo della percezione umana del Verbo divino. Anche in questo caso la simbologia ha un molteplice collegamento con la natura delle cose, da cui è banale dedurre cosa rappresenti la perla che si può trovare all’interno della conchiglia. La conchiglia, con la sua forma a semicerchio raggiata, conserva ancora la simbologia solare, per cui a seconda di come è rappresentata può avere anche la valenza di sole nascente o calante, aspetto che si è conservato fino all’esoterismo contemporaneo.

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Riccardo Lautizi

Autore

Riccardo Lautizi

Dioni aka Riccardo Lautizi, ingegnere e naturopata olistico specializzato in educazione alimentare e crescita personale, si dedica alla ricerca di tutto quello che riguarda il benessere dell’uomo e alla riscoperta della conoscenza della natura e dell’universo persa in quello che viene chiamato “progresso”. Fin dall’adolescenza indaga tutti i campi della conoscenza per trovare le risposte che ci permettono di avere una vita sana, gioiosa e degna di essere vissuta. Condivide un sapere che collega le più recenti scoperte scientifiche alla conoscenza millenaria di tutte le tradizioni fornendo consigli pratici da attuare nella vita quotidiana. E' fondatore anche del portale www.non-dualita.it

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  1. antonio says:

    Molto interessante ed esplicativo. Grazie.

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