I 7 inganni della mente. Come riconoscerli e sconfiggerli

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inganni della mente

Dal libro “Psicotrappole” di Giorgio Nardone, psicologo e psicoterapeuta

Per ogni sofferenza psicologica esiste una via d’uscita. Impara a riconoscere la tua e a sconfiggerla.

Prima di procedere all’esposizione dettagliata delle modalità con cui ognuno di noi si scava sotto i piedi la trappola in cui cade e dalla quale spesso non riesce ad uscire, è importante chiarire che nessuna di queste trappole è di per sé patologica. Infatti è la loro esasperazione, in risposta a determinate esperienze, e il loro ripresentarsi in modo ridondante come “tentata soluzione” a tali circostanze, a renderle patogene e responsabili dell’insorgere di una forma specifica di patologia. Ad esempio, pretendere di avere il controllo delle proprie reazioni è sicuramente uno scopo positivo, ma quando viene portato all’eccesso, sino a produrre l’effetto paradossale della perdita del controllo, si trasforma in disturbo fobico-ossessivo. Allo stesso modo, prestare attenzione al gradimento che gli altri hanno di noi è un modo per sviluppare competenze relazionali, ma quando questo atteggiamento diviene estremo e alimenta il dubbio di essere rifiutati, si trasforma in paranoia.

Pertanto, ciò che trasforma il nostro atteggiamento verso sè, gli altri e il mondo in una patologia psicologica consiste nel suo irrigidimento in un copione d’azione inevitabile. Alla base di questo meccanismo non c’è, come qualcuno vorrebbe dimostrare per rassicurarsi, una pregressa “morbosità” o incapacità di valutare gli effetti delle proprie azioni, bensì il successo di queste.

Tutti, infatti, tendiamo a replicare ciò che ha funzionato per superare ostacoli e risolvere problemi. La trappola insita nella nostra mente che tende a schematizzare le esperienze viene a costruirsi quando insistiamo ad applicare ciò che in passato ha avuto successo, senza tenere conto che anche il medesimo problema in circostanze diverse richiede una soluzione differente. A questo si deve aggiungere la tendenza, meno naturale ma profondamente umana, a pensare che una strategia non funzioni perché non l’abbiamo perseguita abbastanza o con la giusta convinzione. e così ci mettiamo nella condizione di chi vuole sfondare un muro a testate, finendo solo per romperci la testa.

Per questi motivi, in qualità di esseri che percepiscono, pensano e agiscono, nella gestione della realtà siamo costantemente in bilico tra sanità e insanità. Anche le nostre virtù, infatti, se portate all’eccesso si trasformano in difetti, così come (per fortuna!) certe fragilità, quando vengono accettate, diventano punti di forza. Le modalità di percepire e reagire a ciò che viviamo si trasformano in veleno in caso di sovraddosaggio, come accade con una medicina; viceversa, un veleno letale, se ben dosato, diventa una medicina portentosa. La difficoltà funambolica sta nel trovare l’equilibrio tra le inevitabili oscillazioni che il nostro essere e agire sempre più evoluto ci impone. Si pensi ad esempio come, secondo il senso comune, il fatto di essere persone molto percettive e sensibili rappresenti una grande dote; tuttavia, quando questa caratteristica viene gestita male diventa fonte di ansia, fino a sviluppare un disturbo psichico e comportamentale.

Lo stesso vale per l’intelligenza: nessuno canta le lodi degli idioti o, come venivano chiamati nel Settecento, i “poveri di spirito”; ma se l’intelligenza non p ben orientata e gestita, diviene ossessione e dubbio patologico. In altri termini, chiunque può costruirsi le psicotrappole di cui diventare prigioniero, non solo chi è scarsamente dotato, fragile o ignorante.

Al contrario, i casi più incredibili e difficili da trattare riguardano persone eccezionalmente dotate: proprio in virtù delle loro capacità superiori questi soggetti estremizzano anche i problemi.

Si potrebbe affermare che la complicazione psicopatologica è direttamente proporzionale all’intelligenza e alle capacità del soggetto che ne soffre, poiché, proprio in virtù di queste, è in grado di scavarsi una trappola ben più profonda, o di costruirsi intorno una prigione o un labirinto da cui sembra impossibile fuggire.

Le sette psicotrappole del pensare

1. L’inganno delle aspettative

La psicotrappola che si osserva più di frequente in ogni epoca della storia umana è la tendenza ad attribuire ad altri le nostre percezioni e convizioni, aspettandosi da loro esattamente le nostre azioni e reazioni. Ma se si tiene semplicemente conto del fatto che ogni singolo organismo si è evoluto attraverso esperienze differenti ed è dotato di caratteristiche biopsicologiche del tutto originali e irripetibili, questa attribuzione non ha alcun senso.

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Colui che si è fatto un idea di ciò che è giusto fare, che ha elaborato una serie di valori etico-morali da rispettare che nella propria esperienza si sono rivelati vantaggiosi per sé e per gli altri, trova molto difficile immaginare modalità alternative per pensare e gestire la vita. Così, di fronte al comportamento diverso degli altri, magari di qualcuno in cui si ripone grande fiducia, queste persone vanno profondamente in crisi. Tuttavia tale delusione o sofferenza è solo la conseguenza più banale di questa psicotrappola. La situazione diventa tragica quando, prendendo decisioni importanti oppure in situazioni di rischio o di notevole coinvolgimento affettivo ed emotivo, ci aspettiamo che gli altri facciano esattamente quello che faremmo noi al loro posto: in questo caso ben prima della delusione dovremmo affrontare gli effetti indesiderati, talvolta pesanti, di azioni basate su aspettative sbagliate. Purtroppo questa psicotrappola si estende pressoché a tutte le sfere della nostra esistenza, è spesso fonte di sconfitte e amare delusioni e può generare gravi forme di depressione o reazioni di rabbia e aggressività fuori controllo.

Possiamo, infatti, essere vittime delle nostre aspettative erronee non solo nei confronti degli altri o “di come va il mondo”, ma anche, come spesso accade, nei riguardi di noi stessi. Basti pensare a quante volte ci diciamo che cosa sarebbe giusto fare e a quante volte poi spontaneamente facciamo altro, oppure a quando, sotto una certa pressione emotiva, optiamo per qualcosa di meno oneroso e stressante rispetto a ciò che sarebbe giusto fare. Da un punto di vista cognitivo, questa psicotrappola si basa sulla scarsa capacità di assumere diversi punti di vista nella valutazione della realtà. Come dice J.K Rowling: “Siamo legati con vincoli invisibili ai nostri timori. Siamo il burattino e il burattinaio vittime delle nostre aspettative”.

Psicosoluzione

In questo caso non esiste uno stratagemma terapeutico generico che funga da antidoto al problema. Per uscire da questa psicotrappola è necessario un atteggiamento mentale che ne prevenga la costituzione, ovvero è necessario osservare la realtà attraverso lo sguardo degli altri, e non solo di chi è più vicino a noi e, soprattutto, è necessario evitare di irrigidirci nella nostra prospettiva come se fosse l’unica e la migliore. Si tratta, cioè, di cercare di porci dal punto di vista degli altri soggetti: un esercizio che deve diventare costante, perché nella nostra mente basta pochissimo per ricondurci a schematizzazioni rigide e a comodi autoinganni essendo questo il suo naturale funzionamento, e quindi applicare con costanza l’imperativo etico di Heinz von Foerster: “Comportati sempre in modo da aumentare le possibilità di scelta”.

2. L’illusione della conoscenza definitiva

Mentre la prima psicotrappola riguarda le aspettative individuali, la seconda ha a che fare con l’illusione tipica dell’uomo moderno di ottenere il potere su ogni cosa attraverso la conoscenza. In altri termini, questa psicotrappola coincide con l’attribuzione al “sapere esatto” del potere di illuminare gli esseri umani con una luce di natura divina in grado di dominare ogni aspetto dell’esistenza: la fiducia sfrenata nella possibilità di raggiungere, prima o poi, la conoscenza definitiva della realtà. Non c’è dubbio che questa passione per lo studio e la ricerca abbia permesso all’uomo di raggiungere risultati eccezionali e di fondare le discipline scientifiche. Tuttavia, il bisogno di sentirci rassicurati su ciò che non possiamo controllare nella nostra esistenza, come ad esempio il caso e la morte, ci induce spesso a sopravvalutare il potere effettivo della conoscenza: in realtà, non siamo neppure in grado di gestire o controllare ciò che risulta evidente. Persino nei rari casi in cui si giunge a una conoscenza inoppugnabile di un certo fenomeno, non siamo necessariamente in grado di acquisirne il controllo. Eppure l’uomo continua a confidare nella <<conoscenza definitiva>>. Persino quando la scienza novecentesca ha dimostrato l’impossibilità di una conoscenza <<oggettiva>> e l’inapplicabilità del principio lineare di causa-effetto alla maggior parte dei fenomeni complessi. E’ necessario sottolineare di nuovo l’importanza della psicotrappola della conoscenza oggettiva e del suo presunto potere sulle cose, poiché spesso riteniamo che l’unica via per risolvere i problemi dell’esistenza sia dedicarsi esclusivamente alla ricerca di spiegazioni scientifiche o argomentazioni oggettive e ragionevoli di ogni evento. Ma chi ha subito, ad esempio, un tradimento, per quante spiegazioni possa darsi non avrà pace. Così chi ha perso all’improvviso in un incidente una persona cara non trarrà alcun beneficio dalle spiegazioni razionali dell’evento, proprio come chi subisce una grave malattia non potrà appellarsi a nessuna spiegazione. In generale, il tentativo di spiegare in modo oggettivo l’inspiegabile o l’inaccettabile diviene fonte di sofferenza. Come scrive Emil Cioran: <<Chi non ha sofferto a causa della conoscenza non ha conosciuto nulla >>.

Psicosoluzione

Per mantenere un sano scetticismo riguardo a ogni forma di <<verità indiscutibile>>, per non rinchiuderei in certezze rassicuranti ma che ci intrappolano anche quando queste vengono dalla scienza, vale di nuovo ricordare l’<<imperativo etico>> di Heinz von Foerster. Nietzsche scriveva: <<L’essere umano di fronte all’ignoto non va per il sottile allo scopo di rassicurarsi: spesso prende una cosa che sa essere falsa e la rende vera in quanto utile a tale scopo>>. Questa dinamica è il meccanismo dell’autoinganno rassicurante: avvicinare la realtà ai nostri desideri vedendovi ciò che noi vi mettiamo. Anche Blaise Pascal ammoniva: <<Gli uomini vedono nella materia un ordine che loro vi hanno messo>>. Pertanto dobbiamo imparare a tenere a bada la naturale propensione a rassicurarci tramite gli autoinganno consolatori.

3. Il mito del ragionamento perfetto

Se la <<conoscenza o la verità definitiva>> in grado di salvarci rappresentano un illusione umana ed estremamente diffusa, vediamo ora una psicotrappola che è prerogativa solo dei soggetti più intelligenti e intellettualmente più elevati. Si tratta dell’idea secondo cui, attraverso un ragionamento che rispetti i criteri della logica razionale, si possano affrontare tutti i problemi e le difficoltà della vita. E’ ciò che Paul Watzlawick definiva l’<<ipersoluzione>> del razionalismo: riporre la propria fiducia, talvolta in modo cieco, nella capacità di analizzare qualunque fenomeno umano, rischiarati dal lume dell’intelletto, e giungere attraverso una logica stringente alla spiegazione e al controllo. Questo sublime autoinganno è il prodotto di millenni di filosofia e logica che da Aristotele in poi hanno guidato con successo l’uomo a sviluppare l’intelligenza e la capacità di gestire la realtà. Ma quando tutto ciò diventa una forma rigida e assoluta di analisi di ogni fenomeno il processo da funzionale diventa disfunzionale.

Hegel, spingendo il <<lume dell’intelletto>> sino a posizioni metafisiche, sosteneva che <<se la teoria non concorda con i fatti, tanto peggio per i fatti>>. L’assoluta fiducia nella capacità di <<razionalizzare>> diviene una sorta di religione dell’intelletto che provoca effetti simili a quelli di una fede dogmatica, come affermava drasticamente Georg Lichtenberg: <<La fede cieca nella ragione instupidisce più di qualunque religione>>. Al di là del duello storico tra <<razionalisti>> e <<irrazionalisti>>, non dovremmo mai dimenticare che nei ragionamenti logici e nei calcoli matematici <<tutto torna>> perché noi abbiamo costruito tali modelli di analisi proprio perché tutto torni.

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Affinché sia efficace, ciò che l’uomo ha magistralmente costruito va applicato solo dove funziona. In altri termini, se dobbiamo prendere una decisione su una questione pratica, come un itinerario di viaggio, un acquisto conveniente, la stesura di un bilancio economico, l’uso di una logica razionale ci sarà di grande aiuto. Se al contrario dobbiamo decidere se perdonare o meno chi ci ha tradito, oppure superare la fobia del volo o interrompere dei rituali propiziatori compulsivi, dobbiamo ricorrere a strumenti logici differenti che ci consentano di gestire gli autoinganni disfunzionali, le emozioni irrazionali e i nostri comportamenti contraddittori, se non paradossali.

4. Lo sento quindi è

Se la fiducia nella conoscenza e la fede nella ragione poggiano sulla solida base della filosofia e della scienza, quella del proprio <<sentire>> non può reclamare origini altrettanto nobili, bensì affonda le sue origini nella tradizione profetica. Nonostante lo scarso rigore di questa matrice, da sempre la maggior parte di noi ritiene le sensazioni una fonte indiscutibile di verità altrimenti imperscrutabili. E proprio per questo il fatto di dire <<me lo sento>> spesso travolge qualunque ragionevolezza e porta a costruire convinzioni e a prendere le conseguenti decisioni senza alcun rigore analitico né prove empiriche. In questo caso, è la matrice intuitivo-profetica a guidare e a contaminare i successivi processi mentali.

La psicotrappola del <<me lo sento quindi è>> rappresenta, da un punto di vista <<interazionale>>, la tipica dinamica della <<profezia che si autorealizza>>: attribuiamo a qualcuno o a qualcosa certe proprietà percepite senza prove tangibili, ma solo sulla base delle nostre sensazioni; quindi, nell’interazione con il soggetto o con la realtà che ha innescato tale intuizione, cerchiamo selettivamente le prove che verificano ciò che abbiamo sentito. E’ come se indossassimo delle lenti deformanti che alterano letteralmente le percezioni facendoci vedere tutto ciò che conferma le nostre sensazioni ed esclude ciò che disconferma. Per quanto tutto questo possa apparire illogico, da secoli esperimenti scientifici e studi sistematici dimostrano la tendenza dell’uomo di a formulare profezie che si autorealizzano. Forse la prova più tangibile è rappresentata dalle nostre attribuzioni nei confronti delle persone che amiamo, sopravvalutare sotto l’influenza dei sentimenti. Per il pensatore l’amore è l’autoinganno più sublime, in grado di mostrarci nella persona amata molto di ciò che vorremo vederci, ovvero trovandovi molto di ciò che vi mettiamo noi. Infatti, quando l’amore finisce, spesso si dice: <<Non è più la persona che amavo>>. Non è né una menzogna, né una giustificazione della rottura di un rapporto: in effetti, le lenti che deformavano la percezione della persona amata sono infrante.

Tuttavia, con questo non si vuole negare del tutto la fiducia che possiamo riporre nell’intuito, nelle percezioni <<epidermiche>> o nella capacità di immaginare al di là della realtà concreta: ciò significherebbe negare l’enorme contributo fornito dall’intuizione alle scoperte scientifiche. Allo stesso modo non possiamo certo sottovalutare il fatto che il <<sentire>> ci fa andare oltre il <<capire>> e ci permette di affrontare con successo condizioni e difficoltà dove la pura ragione soccombe. L’importante è che l’intuizione sia corroborata dai fatti concreti, che il <<sentire>> sia seguito dal toccare con mano, che l’immaginazione conduca ad applicazioni reali. Dobbiamo quindi imparare a far lavorare insieme il <<sentire>>, il <<capire>> e l’<<agire>> in modo che si controllino e si verifichino a vicenda. In caso contrario il rischio dell’autoinganno disfunzionale e della profezia che si realizza è sempre molto elevato.

Psicosoluzione

Come già anticipato, si tratta di usare ragione e intuizione come contrappesi mentali, e la prova empirica come atto in grado di validare l’uno e l’altro. E’ molto importante ascoltare le nostre sensazioni sia interne che esterne, passandole poi al vaglio della prova concreta e della riflessione.

5. Pensa positivo

Se alcuni risultati possono indicare una correlazione tra felicità e benessere da una parte e l’esercizio al pensare positivo e dall’altra, molto più numerose sono le dimostrazioni secondo cui il crollo delle illusioni suscita delusioni cocenti che spesso portano a forme depressive patologiche. Inoltre, tanto più elevata è l’aspettativa, tanto più devastante è l’effetto della delusione quando questa non si realizza. Tale effetto deprimente è noto da sempre e la letteratura ne è ricca di esempi, da Omero a Virgilio, da Shakespeare a Leopardi. Ma come è ben noto ai ricercatori, il meccanismo della profezia che si autorealizza funziona molto più in negativo che in positivo e gli effetti positivi sono possibili solo quando il meccanismo dell’autoinganno è inconsapevole. Gli autoinganni funzionano solo se esercitati inconsapevolmente: quando diventano espliciti perdono il loro potere. Il pensare positivo è un atto volontario e consapevole e proprio per questo è poco efficace.

Psicosoluzione

L’indicazione è tenere a bada la tendenza e creare illusioni volontarie, poiché solo quelle inconsapevoli possono essere efficaci. E’ necessario ricordare che, nella migliore delle ipotesi, un aspettativa elevata rende bello il viaggio ma deludente l’arrivo; nella peggiore, l’effetto sarà: illusione-delusione-depressione. Inoltre, non dovremmo mai applicare il pensare positivo di fronte a percezioni/emozioni come paura, rabbia o dolore, che verrebbero esasperate anziché ridotte.

Il pensare positivo funziona bene solo quando si hanno già esiti di successo: in questo caso, amplifica la fiducia nelle nostre capacità e nelle nostre risorse già espresse nei fatti. Ciò significa incrementare gli sforzi sulla base di un’efficacia comprovata, proprio all’opposto di un’aspettativa illusoria e volontaria.

6. Coerenza a ogni costo

Quando la coerenza, da utile strumento della logica o forma di difesa delle proprie idee e principi, si trasforma in procedura dogmatica, ci rende rigidi e incapaci di adattarci in modo flessibile ai cambiamenti della realtà. Si tratta di un effetto, per così dire, <<contro natura>>, poiché mina il cardine fondamentale della sopravvivenza e dell’evoluzione dei sistemi viventi, ovvero il principio di adattamento. La coerenza a tutti i costi è, pertanto, un assunto che non calza a molte delle realtà che viviamo, mentre è un principio utile e sacrosanto in determinati contesti. Non è difficile dimostrarlo: hai mai conosciuto una persona assolutamente coerente nei pensieri e nelle azioni? Non credo che qualcuno possa rispondere affermativamente, d’altronde sarebbe impossibile: oscilliamo senza sosta sospinti dai venti delle passioni come dalle folate dei desideri, siamo risucchiati dai vortici dei nostri tormenti e trascinati dalle correnti delle sofferenze, risollevati dai nostri successi per poi essere sbattuti a terra dalle delusioni, esaltati dall’amore o annichiliti dal rifiuto.

La coerenza assoluta è di un altro mondo, non di quello di noi umani. Quando la pretendiamo dagli altri o da noi stessi entriamo nel dominio della patologia travestita da virtù.

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Per prevenire questa psicotrapoola è necessario imparare ad accettare le incoerenze altrui oltre alle nostre, ed evitare di elevarsi a inquisitori degli altri e di noi stessi perché colpevoli di non essere coerenti. Come abbiamo visto, questo significa andare contro la stessa natura umana. L’ambivalenza, una delle caratteristiche più denigrate dal buon senso comune, è in realtà un tratto inevitabile del nostro relazionarci con noi stessi, gli atti e il mondo. Pretendere di sopprimerla è come cercare di tenere un gatto dentro a un sacco:questo gratterà, morderà, è una volta libero sarà incedibile, mentre possiamo educarlo e farcelo amico se ne rispettiamo la caratteristica di essere talvolta incoerente, e quindi fuori dal nostro controllo razionale.

7. Sopravvalutare e/o sottovalutare

Tra gli errori di valutazione, il più umano – e non solo, perché lo si osserva anche tra gli animali più evoluti- ossia quello di sopravvalutare le persone che amiamo, come i figli, il partner o gli amici, è senza dubbio il più diffuso. Meno considerato invece, forse perché meno utile, è il suo opposto, che tuttavia è persino frequente: sottovalutare che non ci piace e chi rifiutiamo. Quante volte diciamo, a proposito di qualcuno che disprezziamo: <<Ha avuto successo solo perché lo hanno aiutato, lo hanno raccomandato>>, mentre invece, a proposito di qualcuno che apprezziamo: <<si, è stato aiutato, ma se lo meritava, oppure ci ha messo del suo, gli hanno dato solo una spintarella>>. Utilizziamo per la stessa situazione due pesi e due misure a seconda della relazione che abbiamo con il soggetto in gioco. I sociobiologi spiegano questo fenomeno come effetto di un <<gene egoista>> che ci induce per natura a proteggere tutto ciò che è familiare in senso genetico. In questo modo si giustifica una delle attitudini umane peggiori, fonte pericolosa di disastri e delitti.

Psicosoluzione

Il primo esercizio consiste nel confrontarsi spesso con gli altri riguardo ai nostri giudizi sulle persone a noi più care, verificando che a loro volta non mentano solo per ottenere il nostro appoggio o che non siamo vittime dei nostri stessi autoinganni. Soprattutto dobbiamo osservare da più prospettive possibili tutto ciò che ci riguarda da vicino e, come già sottolineato, cercare di comprendere le ragioni di chi è ostile o di chi non apprezziamo sono a ritenerle ragionevoli. E’ l’antidoto più potente a questa psicotrappola. Infine, la <<sana disillusione>> è senza dubbio l’atteggiamento concretamente più utile per evitare questa psicotrappola. Con le parole di Oscar wilde, la <<realtà va messa sulla corda tesa sino a renderla funambolica>>: solo coloro che superano questa prova possono essere valutati correttamente. La <<migliore prova di una teoria è la sua applicazione>> sosteneva Georg Lichtenberg. Lo stesso vale per le nostre valutazioni sulle persone o sulle cose: dapprima mettiamole in condizione di dimostrare effettivamente il loro valore; fino ad allora dovremo sospendere il giudizio al di là del nostro amore e dei nostri desideri, poiché questi sono sì la fonte dei piaceri più profondi, ma anche degli autoinganni più dolorosi.

Bibliografia e approfondimento: “Psicotrappole” di Giorgio Nardone

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Riccardo Lautizi

Autore

Riccardo Lautizi

Dioni aka Riccardo Lautizi, ingegnere e naturopata olistico specializzato in educazione alimentare e crescita personale, si dedica alla ricerca di tutto quello che riguarda il benessere dell’uomo e alla riscoperta della conoscenza della natura e dell’universo persa in quello che viene chiamato “progresso”. Fin dall’adolescenza indaga tutti i campi della conoscenza per trovare le risposte che ci permettono di avere una vita sana, gioiosa e degna di essere vissuta. Condivide un sapere che collega le più recenti scoperte scientifiche alla conoscenza millenaria di tutte le tradizioni fornendo consigli pratici da attuare nella vita quotidiana. E' fondatore anche del portale www.non-dualita.it

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4 Commenti su questo post

  1. carlo says:

    Riccardo, lo sai che un terzo delle pubblicità sul tuo sito riguarda incontri con donne più o meno avvenenti?
    Credo che il target del sito non ti permetta questo genere di pubblicità, ma potrei sbagliarmi…

    • Pirro says:

      le pubblicita’ di solito vengono visualizzate in base agli interessi del utente … quindi Carlo se te le ritrovi e’ perche’ forse sei alla ricerca durante la tua navigazione di incontri …. goluson 🙂

  2. Sabrina says:

    Grazie.

  3. Rosa says:

    Dionidream addicted
    Sempre grazie!!!!!!

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