“Pachacutiy”: La trasformazione ciclica della Terra

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Questo brano è tratto dal capitolo 10 del libro “Negli occhi dello sciamano” dello scrittore andino Hernàn Huarache Mamani in cui viene descritto l’avvento della nuova era che inizierà nel 2013 e i profondi cambiamenti a cui andrà incontro l’umanità. Hernán Huarache Mamani (Chivay, 3 marzo 1943) è uno scrittore e sciamano peruviano (indio quechua).Suo padre è un curandero e lui, seguendo gli insegnamenti e le indicazioni ricevute dal suo maestro, Anta Willki, trascorre diversi mesi dell’anno in Europa tenendo seminari e organizzando incontri tesi a diffondere e trasmettere l’amore per la pachamama e in generale il suo patrimonio spirituale. Mamani racconta del suo incontro avvenuto sul monte Ampato con un maestro a conoscenza di segreti mistici che gli sono stati trasmessi per diventare a sua volta tramite di diffusione nel mondo. Mamani ha tenuto e tiene tuttora diverse conferenze in Università e centri di ricerca di alta fama mondiale.

Quella mattina mi ero svegliato presto, alle quattro ero già in piedi. Mi ero sistemato all’esterno del rifugio per osservare la “Chaska”, Venere del mattino, e guardare il sorgere delle Pleiadi, chiamate “Qolqa” o “Qotu” da noi indios e rappresentate come ragazze. Nell’Incario, erano chiamate Vergini del sole. Nella storia del nostro popolo, le stelle di “Qolqa” erano considerate come i porti celesti, da cui erano partiti i nostri nonni per ripopolare la terra dopo una catastrofe. Ecco perché noi, indios del Sud America, ci consideriamo esseri cosmici, venuti dalle lontane stelle delle Pleiadi.

Non appena conobbi Tomás Laura, il mio interesse per l’astronomia crebbe. Gli andini conoscono le costellazioni note al mondo occidentale, ma danno loro nomi diversi. Alcune costellazioni servono per trovare con precisione il giorno in cui cade il solstizio d’inverno (a giugno) o quello d’estate (in dicembre). Nel Cañón del Colca, le Pleiadi e l’ultima stella nella coda dello Scorpione (Antares) vengono osservate per calcolare, con esattezza, quando cade il solstizio d’inverno. In quel giorno, l’uscita eliaca delle Pleiadi e il tramonto eliaco dell’ultima stella combacia con la coda dello Scorpione. Questi sono i nomi usati da Tomás per indicare le stelle: “Urqochillay”, che significa lama maschio; “Qatachillay”, lama femmina; “Uñachillay”, cucciolo di lama; e “Yutu”, pernice; “Atoq”, volpe; “Ampatu”, rospo. Tutto era di grande interesse per me e mi ha molto aiutato a riconoscere il cielo del Sud.

Secondo Tomás Laura, gli incas avevano due sistemi per calcolare il tempo: uno solare e l’altro lunare, con mesi solari e lunari. I due momenti in cui il sole arriva al suo culmine sono il solstizio d’inverno e quello d’estate, mentre i due punti culminanti della luna si verificano con la luna piena e con quella nuova. Pare che nel Perú antico, la costellazione “Chakana” (Croce del Sud) e “Llamap Ñawin” (Alfa e Beta Centauro) fossero utilizzate per fare questi calcoli con precisione, poiché indicavano con esattezza il Sud.

Fuori il silenzio era totale. Il cielo era limpido: d’un azzurro leggermente imbiancato, cosparso di puntini brillanti di luci, a intermittenza o costanti. Dal mio punto d’osservazione potevo vedere di fronte a me la costellazione delle Pleiadi, che somiglia a un grappolo d’uva. Alla mia destra si vedevano nitidamente “le Tre Marie”; a sinistra “Pacha Paqariq Chaska”, la Venere del mattino, che risplendeva con uno scintillio tale da farla sembrare un diamante che diffondeva la sua luce. Alle mie spalle c’era la Via Lattea, “Mayu”, e all’interno vi scorgevo “Chakana”, la costellazione della Croce del Sud e “Ampatu”, la costellazione del rospo. Più in là si poteva ammirare “Wari”, la costellazione del Camaleonte; “Hatun Chakana”, la Grande Croce, composta da “Rigel”, “Sirio”, “Procione” e “Betelgese”, che la differenziano da “Huchuy Cruz”, un altro dei nomi con cui si indicava la Croce del Sud. Inoltre, si poteva vedere chiaramente “Llamap Ñawin”, gli occhi del lama, formati da Alfa e Beta Centauro e anche “Amaru”, il serpente.

Poter guardare le stelle a un’altezza di quasi 6.000 metri d’altitudine era l’ideale per me. Il cielo, le stelle, le costellazioni e i pianeti mi sembravano vicini, come se avessi la possibilità di toccarli. Ammirando estasiato il firmamento, pensai: cos’è la terra nell’Universo…? Un piccolissimo punto, un pianeta che gira nel sistema solare. E gli uomini… cosa sono, davanti a un simile universo? Niente! Non siamo niente. Siamo così piccoli… Però siamo vivi. E alcuni uomini credono di rappresentare il tutto. Quanta arroganza!Questo mi fece ricordare le parole di Nicasio Qalachuwa, un contadino analfabeta che avevo incontrato a Tarucamarca e che conosceva un mito della nostra tradizione orale: «Te lo ripeto così come me l’hanno raccontato…» mi disse. «I nostri padri arrivarono qui da una stella del “Qolqa” navigando in barche scintillanti, guidate da Mara Wara, una sorella saggia e sapiente. Le barche assomigliavano ai piatti che usiamo per mangiare ed erano piene di persone. La terra, da lontano, appariva di un colore azzurro verdastro… Uno dei mondi più belli! Prima, avevano visto dei mondi violetti, arancioni e rossi, ma la terra era la più bella di tutti. Per questo noi l’amiamo e la rispettiamo. E anche perché è il “Kamaq”, che ci ha spinti fin qui, in questo posto gradevole, con tutto quello che contiene.»

Mi domandai che cosa stessimo facendo di questo gioiello che i nostri antenati avevano visto dallo spazio… Riflettendovi, guardai l’orologio: erano le cinque e dieci e il cielo cominciava a modificarsi. Piano piano, la luce delle stelle e dei pianeti sembravano spegnersi, una alla volta, mentre da est nasceva un alone di luce che avvolgeva le montagne… Era l’aurora. A quell’ora, nel gran Cañón del Colca, avrei già sentito il canto del gallo. I contadini erano già affaccendati a svolgere i loro compiti quotidiani: portare il cibo agli animali, come mucche, pecore, cavalli, asini, conigli e galline; portare acqua nei campi coltivati, e così via.

A poco a poco si erano disegnati i contorni delle montagne più lontane, che prima sembravano macchie nere o che quasi non si vedevano.

“Pacha Paqariq Chaska” cominciò a perdere brillantezza e col chiarore del giorno scomparve alla vista. Mentre il sole annunciava il suo arrivo, le nubi, da lontano bianche e nere, cominciarono a tingersi di arancio e rossiccio, per poi lasciar passare i primi raggi. La visibilità verso la valle era chiara, il paesaggio mostrava le montagne totalmente coperte di neve, perché la notte prima era nevicato. I raggi del sole fecero aumentare la temperatura. Mi accorsi che con il calore dalla terra, dagli anfratti e dalle pozzanghere si alzavano piccole colonne di vapore che, crescendo, assumevano la forma di nuvole, che si alzavano fino ai picchi più alti. Dopo averli superati, si sollevavano fino a raggiungere il cielo azzurro turchese.

Dissi le preghiere che Anta Willki mi aveva insegnato, per rendere sacre le mie azioni. Dovevo sempre pronunciarle all’inizio, ringraziando la mattina per il nuovo giorno: «Madre Natura, Madre Sacra, Pachamama. Ti salutiamo in questo nuovo giorno affinché si possa vivere nel tuo grembo, allegri, liberi e tranquilli. Che ci sia pace tra tutti gli esseri viventi…». Faceva piuttosto freddo e così decisi di rientrare nel rifugio. Mi strofinai vigorosamente le mani, che si erano quasi congelate nonostante i guanti che indossavo. Il passaggio dal chiarore alla penombra fu, nuovamente, come passare dalla luce alle tenebre. Tutto era scuro: «Nonno, dove sei? Non ti vedo, non vedo niente… Qui è tutto così scuro!».

«Figliolo, resta tranquillo dove sei fino a che ti sarai abituato al buio. Intanto, ne approfitterò per parlarti della nuova era che l’uomo sarà costretto a vivere» rispose soavemente. Poi continuò: «In questi anni, la terra sta entrando in un nuovo campo d’energia che provocherà un rinascimento spirituale nell’uomo, poiché la sua vibrazione aumenterà e con quella si amplificherà la sua capacità ricettiva. Questo aumento di vibrazioni gli permetterà di adoperare di nuovo alcuni sensi, ora non utilizzati. Ma nel passaggio dall’una all’altra era l’uomo vivrà un “Pachacutiy”1: una crisi», disse chiaramente.

La parola “Pachacutiy” mi fece ricordare di alcuni anziani che vivevano in campagna. Spesso, quando conversavo con loro, li avevo sentiti nominare i “Pachacutiykuna”, che sono periodi di grande trasformazione della terra e degli uomini, che avvengono durante un arco preciso di tempo. Fu Tomás Laura a darmi maggiori informazioni su questo argomento, mentre si stava parlando di astronomia.

«Il “Pachacutiy” è il cambiamento. Può manifestarsi come miglioramento o come peggioramento, oppure come uno sconvolgimento totale. “Pachacutiy” distrugge per creare un’altra cosa. È come potare ogni anno i rami di un albero: serve a rinforzarlo o a eliminare le parti inutili. Un albero che invecchia o non dà frutti, deve essere tagliato o rimpiazzato da un albero nuovo. Quando una specie vivente si ammala e degenera, deve scomparire. La nostra umanità è come un albero: è ancora giovane, ma, siccome alcuni dei rami stanno crescendo troppo, bisogna potarla, perché altrimenti non darà buoni frutti. Il “Kamaq” è il giardiniere. Tra poco entreremo nel periodo della fioritura» concluse.

E adesso Anta Willki mi stava parlando della stessa cosa.

«Sì, ma cos’è esattamente un “Pachacutiy”?» chiesi con molta curiosità.

«È un mutamento ciclico che l’uomo vive, ed è in relazione con l’attività delle macchie solari, che influenzano i pensieri e gli atteggiamenti dell’uomo. Il ciclo è parte di un’era. Ogni nuova era è il prodotto di una nuova configurazione cosmica, che influisce sulla terra e talvolta sugli esseri umani. Il passaggio da un ciclo all’altro a volte è doloroso, ma necessario per la nostra evoluzione. Di tutte le vecchie strutture che l’uomo ha concepito, alcune crollano, altre si trasformano e altre ancora rimangono.»

«Scusa la mia ignoranza» lo implorai «ma… non potresti spiegarmelo in modo più comprensibile?»

«Le grandi ere sono suddivise in periodi d’oscurità e di luce. In ognuno di questi periodi, vi sono cicli di trasformazione della durata di 500 anni. In questi anni, si produrrà un “Hatun Pachacutiy”, un cambio di era e di ciclo, un evento straordinario, in quanto si verifica solo ogni 12.000 anni e solo due volte durante la “Grande Era”, di 24.000 anni. Ora stiamo per uscire da un periodo di oscurità, per entrare in un periodo di luce. Questo periodo di buio, che ora sta morendo, ai suoi inizi ci ha portato a costruire una struttura di valori fondati sulla sopraffazione, i cui risultati sono noti: imperi nati con la violenza e la guerra, le civiltà del ferro, lo sfruttamento di pochi uomini nei confronti di molti altri, ridotti in schiavitù.

Gli imperi nati per potere del denaro, per interessi personali, per ambizioni egoistiche, per il dominio degli uni sugli altri, ottenuto con la violenza, il terrorismo e la morte, utilizzati come mezzi di predominio e di potere; da questi è nata una civiltà che è cresciuta, si è sviluppata, ma che, poi, dovrà morire. È la legge della natura. Gli esseri animati di vita accumulano esperienze passando in successione attraverso i diversi cicli di crescita, maturazione, decrescita, fino alla morte. Ogni era è come un cerchio, al quale farà seguito un altro cerchio, ma “Pachacutiy” è una particella di quel cerchio e segna l’inizio e la fine di un ciclo cosmico nel tempo e nello spazio. Per esempio, ogni giorno il sole nasce dalle montagne, segnando il periodo di luce; poi, quando si fa notte, comincia il periodo d’oscurità. A ogni giorno segue la notte, poi si formano i mesi e gli anni.»

«Come si manifesta Hatun Pachacutiy?» domandai.

«Il passaggio dalla luce al buio o dal buio alla luce si manifesta attraverso segnali cosmici: passaggi di comete, congiunzioni di pianeti ed eclissi, che influenzano la terra in svariati modi. Per capirlo, è necessario conoscere il linguaggio della Natura», continuò Anta Willki. «Il buio passerà, poiché alla notte tenebrosa segue il giorno luminoso. Entrando nella nuova era, saremo attori e testimoni della completa trasformazione del mondo.»

Dopo una pausa, continuò: «L’uomo entrerà in una tappa ulteriore della sua vita, per andare a cercare l’unità, la pace, l’armonia, per riuscire a raggiungere lo scopo della propria presenza su questo pianeta e garantire l’esistenza stessa di tutti gli esseri viventi. In questa nuova era, l’uomo cercherà di eliminare le barriere che si oppongono al processo di unificazione. Scompariranno tutte, da quelle geografiche a quelle culturali. L’uomo si impegnerà a cercare la giusta comprensione dell’universo esterno e, cosa ancora più importante, del proprio universo interno. Cercherà poi di armonizzarli. Questo processo lo condurrà alla comprensione dello spirito sacro. A quel punto, l’uomo sarà fratello di ogni uomo, degli animali e delle piante e figlio amoroso della Madre Terra. Questa era sarà chiamata “Inkariy”: era d’illuminazione, di verità, di amore e di armonia tra il figlio e la madre. L’uomo si avvicinerà maggiormente a “Wiraqocha”, Dio, il Grande Spirito, perché avrà la capacità di esprimere amore puro, pace, creatività e attenzione verso le cose che esistono sulla terra» concluse il saggio anziano.

Ascoltavo le parole che annunciavano una nuova era, mentre i miei occhi si abituavano alla penombra. Ora riuscivo a vedere Anta Willki e, forse, anche il suo corpo eterico. Vi era, intorno a lui, un campo di luce, o un vapore trasparente, che emanava dal suo corpo e lo avvolgeva morbidamente. La visione produsse in me un senso di sicurezza e tranquillità. Mi sentivo come immerso in un oceano di luce e dolcezza. Un sentimento di bontà sembrava nascere da quelle onde luminose, che apparivano a tratti stabili, a tratti in continuo movimento, offrendo alla vista bellissimi colori, con riflessi dorati e argentati. Davanti a lui, mi sentivo come fossi un bambino, e provavo nei suoi confronti un sentimento d’affetto. Se prima avevo dubitato del mio compito, ora provavo amore per l’umanità. La sua presenza aveva mutato qualcosa dentro di me: i miei sentimenti si stavano amplificando. La forte energia di Anta Willki suscitava intensi sentimenti di amore verso gli altri. Dal più profondo del mio essere affiorò una risposta: avrei combattuto per la sopravvivenza della cultura del nostro popolo! Avrei lottato per ristabilire il legame che unisce l’uomo alla terra!

Anta Willki continuò a parlare, mentre l’ascoltavo estasiato: «Stanno per affiorare nuove terre, che formeranno il sesto continente tra quelli esistenti. Sarà un evento importante per l’uomo, perché il sei è il numero dell’uomo. La nascita di questi territori provocherà trasformazioni geologiche e climatiche nelle altre terre, senza però comportarne la distruzione. C’è solo un elemento che potrebbe condurre alla distruzione dell’umanità e della terra: l’egoismo degli uomini. Per questo è necessario cambiare le attuali strutture culturali. Se questo non avverrà, gli attuali abitanti entreranno in conflitto con il nuovo popolo, che si sta già incarnando e si chiamerà il popolo dell’arcobaleno. La generazione del popolo dell’arcobaleno verrà al mondo dotata di facoltà molto evolute e con sentimenti di grande amore per la terra».

Pensai ai bambini che nascono ultimamente: imparano tutto in fretta, sembrano capire facilmente i meccanismi più complicati, come gli strumenti elettronici. I calcoli matematici che noi abbiamo imparato con tanta fatica, loro li comprendono senza alcuno sforzo: hanno un livello intuitivo sufficientemente sviluppato.

«Se tutti noi, che amiamo e onoriamo la Pachamama e ci consideriamo figli della terra, riuscissimo a farne un luogo di pace, amore e fratellanza per tutti gli esseri viventi, ci fonderemmo con questo nuovo popolo» proseguì Anta Willki.

«Il popolo della sesta terra sarà formato non solo da chi sta nascendo adesso, ma anche dai figli che sono sempre stati rispettosi della terra e che hanno capito che la vita dell’uomo non è soltanto sua, ma è intimamente connessa alla vita degli altri esseri viventi. Tutti condividono questa dimora che Pachakamaq, il grande spirito della terra, governa. In questo modo daremo l’opportunità, a tutti i figli che già si trovano sulla terra e a quelli che stanno per arrivarci di partecipare al processo evolutivo, attraverso cui la terra si potrà convertire da Pachamama in Madre Cosmica. L’uomo avrà i piedi appoggiati sulla terra e gli occhi nel cielo. L’uomo nuovo saprà calpestare la terra come se la carezzasse; non compirà più delle aggressioni contro sua madre, perché s’identificherà in lei. Si può affermare che entrerà in totale contatto con la natura.

Potremo, infatti, utilizzare occhi e orecchie per comprendere il linguaggio degli uccelli e degli animali, o la voce dell’aria e delle acque dei fiumi, delle cascate e delle onde del mare, del gocciolio delle piogge. L’umanità avrà un’aura celestiale, perché sarà in armonia con la terra e il cielo, con la madre e il padre, con coloro che creano e accudiscono, perché siamo figli del cosmo: di “Hanan”, il Grande Universo; di “Urin”, il Piccolo Universo, del Cielo e della terra. L’uomo incontrerà la sua unità: l’”Hanan”, il “Kay”, e l’”Urin”, il Padre, il Figlio (o Figlia) e la Madre.

A quel punto, l’uomo riceverà in eredità le esperienze di vita delle umanità precedenti, che sono rimaste registrate, nella memoria della Madre Terra, per essere tramandate ai suoi figli. La sesta era sarà un crogiuolo di razze diverse: ecco perché si chiamerà “dell’arcobaleno”, un simbolo usato come stendardo dall’antico popolo peruviano molti secoli fa e che adesso torna a essere utilizzato dai difensori e dagli amanti della terra. L’arcobaleno è qualcosa che riesce a stabilire un punto d’incontro fra la terra e il cielo. In questo periodo, nelle Ande si avrà un risveglio spirituale. Poco alla volta il mondo capirà che gli antichi peruviani avevano una profonda spiritualità che, a contatto col cristianesimo, è degenerata in un grossolano miscuglio di elementi spirituali che ne ha provocato la decadenza.»

«Dimmi» chiesi ad Anta Willki. «Questa nuova era è forse l’Età dell’Acquario, come dicono i nordici?» Lui proseguì: «Non è importante il nome, ma l’esperienza, perché mentre i popoli nordici entrano nell’Età dell’Acquario, il nostro entra nell’Era del Leone. In effetti, il futuro dei popoli della terra è in relazione col cambiamento legato all’influenza del sole, alle variazioni dell’anno solare e al cambio delle stagioni nelle diverse regioni del mondo. Il sole è il cuore del nostro sistema ed è lui che dirige i passi avanti, o quelli indietro, dell’umanità. L’uomo moderno non si rende conto di quanta influenza abbia il sole per la nostra vita: esso non ci dà solo luce e calore, ma è fonte e guida della nostra evoluzione.»

A sentir dire così, ricordai le parole di Tomás Laura: «Il “Tata Inti-P’unchau”2 smuove gli uomini, facendoli buoni o cattivi. Risveglia i vulcani e scuote la terra, provocando terremoti, abbassando alcune terre e sollevandone altre… Noi miseri mortali non siamo nulla, ma il “Tata Inti” ci ascolta quando lo imploriamo. In esso dimora il guardiano del sole, “P’unchau”, nostro padre amoroso, ma anche rigoroso che sa governare con amore e rigore e regola il nostro cammino».

Anta Willki continuò: «Nelle Ande si era già formato il modello ideale per l’umanità futura: la comunità globale, chiamata “Tawantinsuyo”, la società che unisce gli uomini col cosmo. Questa comunità fu ideata dalle mamakuna3, donne che conoscevano la natura, sagge e amorevoli. Dirigevano soavemente il cammino degli uomini. Disgraziatamente, questo modello ideale, mentre era in funzione, fu distrutto dai popoli guerrieri che arrivarono prima dal meridione e poi dal settentrione.

In futuro, questo modello sarà usato molto dagli uomini dell’Era Aurea, nella quale l’umanità sta entrando. Se gli uomini che guidano i popoli desiderano risparmiare vite umane e far sì che il prossimo “Pachacutiy” non sia doloroso, dovranno organizzare un lavoro utile a riparare i danni che gli uomini moderni stanno provocando alla terra. Se non ci riuscissero, l’umanità sarà stretta in una morsa di angoscia. Gran parte dell’umanità potrebbe andare distrutta… Da qui noi osserviamo, diamo l’allarme e ci occupiamo della difesa della terra.»

A questo punto decisi di interrompere il saggio: «Non capisco perché hai eletto questa montagna e non un’altra, come tua dimora. Ha qualcosa a che fare con la natura?».

«Il monte Ampato rappresenta, per il nostro popolo, il mondo attuale, la terra mutabile, il “Pachacutiy”; il rinnovatore eterno, colui che avanza o retrocede, il positivo o il negativo. Questo è l’asse dei monti, in queste terre. Perciò è il simbolo della terra che si rinnova senza sosta: cambia, trasforma e distrugge per poi creare nuovamente.»

Ricordai, allora, il detto di Jacobo Quico: «Il rospo (che è il significato di “Ampato”) è il guardiano della terra perché è il rappresentante vivente della Pachamama. Il rospo possiede la sua terra, è il nativo del luogo. La terra è sempre aperta affinché il rospo potesse entrare o uscire a suo piacimento. Non si deve uccidere il rospo, perché è l’animale della Pachamama. Quando uccidi un rospo, ferisci la Pachamama e lei si scuote distruggendo ciò che la danneggia».

Era una semplice coincidenza che Anta Willki si trovasse su questa montagna per comunicarmi che la terra era in pericolo? Oppure era un piano perfettamente progettato dai Guardiani della Natura? Anta Willki continuò a parlarmi. Io l’ascoltai. «Stiamo vivendo questo cambiamento; il “Pachacutiy” è già cominciato e andrà avanti fino al 2013. Il periodo più critico avrà inizio nel 1996, quando la trasformazione sarà più percettibile. Se non ci diamo da fare per frenare la distruzione del pianeta, si prevede che acqua e fuoco, sotto forma d’alluvioni, eruzioni e terremoti, provocheranno movimenti convulsivi del globo ed enormi fenomeni sismici causeranno danni considerevoli nelle città.

Ci saranno guerre cruente, disgrazie, piaghe e malattie strane che faranno la loro comparsa tra gli uomini. Il mondo soffrirà di una crisi economica senza precedenti. Ci saranno tante guerre, una delle quali coinvolgerà tutto il pianeta, e ciò che resterà di quest’umanità saranno i cadaveri di una civiltà incosciente ed egoista. Tutto diventerà un mucchio di spazzatura e un gran cimitero. Ma se l’uomo d’oggi cambia il suo rapporto con la terra, ristabilendo con lei un’alleanza, questo passaggio sarà meno doloroso. Tutti gli “ayarinaka”4 devono lavorare a questo scopo. Noi li stiamo formando, affinché possano giungere nell’emisfero settentrionale come portatori di pace e concordia» concluse alzandosi in piedi e facendomi così capire che voleva ritirarsi.

Mi ritrovai da solo, mentre Anta Willki si dirigeva verso il terrazzamento. Meditai sulle sue parole: come tecnico, ero consapevole del problema ambientale. In questo stesso istante, sul pianeta si muovono 450 milioni di automobili che lo riempiono di monossido di carbonio. La vegetazione non riesce ad assorbirlo poiché, fin dal 1945, il 45% dei boschi e il 24% dei terreni da pascolo sono stati distrutti per far posto a coltivazioni e urbanizzazioni. Soprattutto la distruzione della vegetazione sta provocando gravi alterazioni del clima e danni immensi al suolo, annientando l’humus e riducendo la produttività dei terreni. Secondo i tecnici dell’ONU, ogni anno si rovinano diciassette milioni d’ettari a bosco per produrre carta, legname e materiale per costruzioni.

Dal 1920, oltre 1200 specie di uccelli sono scomparse per sempre. Gli uccelli sono un ottimo indicatore delle trasformazioni ambientali.

L’odierna cultura consumistica ha sostituito il concetto di benessere col semplice possesso di un numero sempre maggiore d’oggetti. Si è così creata una spirale di produzione e consumo, che assorbe sempre di più le poche risorse del pianeta. Ma ciò che provoca per lo più questo consumo esagerato delle risorse ambientali sono l’egoismo e l’irresponsabilità di alcuni uomini che dirigono le grandi industrie. Costoro, nell’affanno di arricchirsi rapidamente, senza dare importanza all’ecologia né al rispetto per il prossimo, distruggono i boschi, avvelenano i fiumi con rifiuti chimici. Utilizzano le loro influenze politiche per dichiarare fuorilegge la coltivazione di certe piante alimentari, col pretesto che siano dannose o tossiche, e obbligano ad utilizzare determinati farmaci i cui effetti sono ancora da verificare. Ci stiamo avvicinando con rapidità al limite di sopportazione della terra: è urgente fare qualcosa per contenere le minacce già esistenti.

Cosa potrebbe fare un uomo desideroso di contenere il processo distruttivo che altri stanno provocando? Mi venne in mente la risposta: «Hai visto le formiche? Sollevano e trasportano con pazienza carichi enormi, rispetto al loro peso. Anche tu potresti lavorare pazientemente, giorno per giorno, trasformando i sentimenti e i pensieri degli altri uomini e facendo loro capire che l’umanità, come parte integrante della terra, è da amare e comprendere. Quando si è capaci di fare questo, si riesce a provare rispetto». Pensando a ciò, sentii che il freddo mi avvolgeva il corpo, specialmente le gambe, che avevo dimenticato di coprire abbastanza. Volevo spostarmi, ma Anta Willki stava già tornando per continuare la mia preparazione. «Nonno» gli dissi, mentre mi alzavo in piedi. «Devo coprirmi perché comincio a sentire freddo.»

«Non serve coprirsi» mi rispose. «Puoi acclimatare il corpo usando questa tecnica di respirazione che ora intendo insegnarti.»

«Credi che funzionerà?» domandai, suppongo inutilmente, dopo tutto quello che avevo visto e vissuto con lui.

«Adesso segui le mie istruzioni» disse Anta Willki. «Alza le braccia e allungale sopra la testa. Allarga il petto e fai una serie di respirazioni ritmiche, ispirando ed espirando. Poi, abbassa lentamente le braccia, fino a piegarti per raggiungere i piedi e appoggia le dita a terra» terminò, in attesa che seguissi le istruzioni.

Cominciai a respirare come mi aveva indicato Anta Willki: lentamente mi piegai, tenendo le gambe rigide, fino a toccare il pavimento con le dita, all’altezza dei piedi. Poi, quando il corpo fu piegato in due e sembrava che poggiassi il peso non soltanto sui piedi, ma anche sulle mani, sentii la voce di Anta Willki che diceva: «Adesso sciogliti e rilassati; abbandona tutte le contrazioni dei muscoli che sostengono il corpo».

Rimasi alcuni momenti in questa posizione, finché non sentii altre istruzioni: «Comincia a raddrizzarti, sempre respirando, finché sarai nuovamente in posizione eretta, poi metti le mani all’altezza dei reni» continuò a spiegare, mentre seguivo le sue indicazioni.

«Adesso» proseguì Anta Willki «immagina che il tuo corpo sia un arco e che le mani appoggiate siano come frecce tese.»

Assunsi la forma che mi era stata descritta, piegandomi ad arco. Poco dopo, percepii una vibrazione all’altezza dell’ombelico; era come un’energia che da lì si trasmetteva a ondate, tanto verso l’alto, quanto verso il basso. Sentii che un calore si diffondeva nel mio corpo. Quelle ondate durarono pochi minuti e furono insufficienti a scaldarmi. Per riuscire a mantenere la temperatura del corpo, Anta Willki mi stava insegnando una pratica di respirazione che mi era difficile eseguire con successo. Non ero abituato a respirare così, perciò gli dissi: «Nonno, non ci riesco. Mi sembra di forzare la respirazione».

«Figliolo, tu puoi, se vuoi» insistette Anta Willki. «Ma è necessario che tu riscopra la tua respirazione naturale, che ora è affannosa e irregolare, risultato della tua vita frenetica di città.»

«Sto gelando» lo interruppi, perché avevo davvero tanto freddo. «Come posso scaldarmi?»

«Guarda e cerca di ripetere ciò che faccio» disse lui con la sua calma abituale. «Qui è importante il ritmo dell’inspirazione e dell’espirazione. Cerca di assorbire una buona quantità d’aria. Osservami, e ripeti esattamente.»

La respirazione di Anta Willki era ritmica: una serie d’inspirazioni ed espirazioni. Seguii a fatica il ritmo del suo respiro, ma, dopo un po’, sentii un tepore diffondersi nel mio corpo.

«Con questa respirazione» aggiunse il saggio «il tuo corpo si scalderà e, se tu la ripetessi per tanto tempo, potresti fondere la neve che c’è nei dintorni.» Nel frattempo, Anta Willki si era seduto a guardarmi. Praticai l’esercizio ancora per un po’, fino a sentire un’onda di calore invadermi tutto. Il freddo che avevo patito prima era completamente scomparso.

«Come sto andando? Sto respirando bene?» gli chiesi.

«Come principiante non c’è male, ma questa che fai, non è l’autentica respirazione» sentenziò. «Si vede che il tuo corpo non è abituato a respirare. Hai un’anomalia nel tuo apparato respiratorio.»

«Cosa devo fare per correggerla? È utile, a tal fine, questa respirazione?» domandai.

«Ti conviene utilizzarla, figlio! L’aria che entra in te non è composta solo da ossigeno, bensì anche da altre classi d’energia, che condizionano ciò che senti, pensi e fai. Il ritmo della respirazione è condizionato da influenze cosmiche e da condizioni fisiche» continuò a spiegare Anta Willki. «Il “samay”5, il modo di respirare di ogni persona, influenza non solo i suoi sentimenti e pensieri, ma anche il suo organismo. Con questo metodo, chiamato “samariyqoy”, riempi la parte superiore del petto. Il tuo “samay” è corto e accelerato e impoverisce il tuo sangue: non nutre il corpo. Con la respirazione “samay” riempi la zona intercostale: questa respirazione è meglio di quella anteriore, ma non è, comunque, adeguata, perché favorisce l’accumulo dei grassi e crea difficoltà nelle funzioni viscerali. Invece, con la respirazione “samariykuy”, puoi riempire i polmoni al massimo delle loro capacità; puoi massaggiare le viscere, attivandole e favorendo la respirazione del corpo intero.

È questa la respirazione ideale per tutti gli uomini. Da noi ne esiste anche un’altra, chiamata “samariysiy”, che usa una narice o l’altra, secondo il tipo di energia, solare o lunare, di cui necessita, oltre a purificare e nutrire il corpo e a liberarlo dai rifiuti inutilizzabili, permette di accumulare energia dalla natura e di usarla per determinati obiettivi. Perciò si devono seguire le regole di “samay”, rispettandone le funzioni nella giusta misura, associandole a un’emozione e, questa, a un’idea. L’idea deve avere un ritmo. Col “samay” adeguato, puoi allungare gli anni di vita, conservare la salute, armonizzare il corpo, la mente e lo spirito e aiutare tutti a entrare nella dimensione trascendente.»

«Ecco che ora comincerai con un altro esercizio respiratorio che serve a migliorare la digestione. In punta di piedi, tieni il ventre immobile, poi inspira molto lentamente dalle narici e contrai un po’ la glottide, per far sì che l’aria passi dalla gola producendo un suono armonioso. Quando avrai aria a sufficienza, chiudi la glottide e contrai il ventre, spingendo l’aria in alto; mantienilo contratto il più a lungo possibile e poi solleva la testa, apri la glottide e lascia defluire l’aria dalla narice destra. Espelli tutta l’aria che puoi, riposa e riprendi aria un’altra volta, sempre prestando attenzione nel mantenere petto e ventre contratti. Fai dieci di questi esercizi e stimolerai l’appetito, attiverai il fegato e la milza e ti curerai le malattie da raffreddamento.»

Terminò così l’interessante lezione sulla respirazione illustratami in forma pratica. Lo avevo osservato mentre la eseguiva, controllando come si metteva in posizione e come lasciava passare l’aria.

«Pratica questi esercizi finché riuscirai a farli in modo naturale, senza che ti costino sforzi eccessivi. Ora devo fare la mia meditazione quotidiana; ci vedremo più tardi» mi disse ritirandosi.

Feci cenno di sì con la testa, poi m’impegnai a eseguire gli esercizi di respirazione, cercando di farli ogni volta meglio. Se ci riusciva Anta Willki, perché non potevo farlo io? Andai avanti per un bel po’ di tempo e poi cominciai a sudare. Non c’erano dubbi, con questo sistema riuscivo a scaldare il mio corpo.

Gli esercizi mi avevano stimolato l’appetito e poiché le mie provviste si stavano esaurendo, andai al secondo terrazzamento dove erano conservati i sacchi degli alimenti, e presi tra le mani una porzione di mais germinato. Misi qualche grano in bocca e cominciai a masticare. Con mia sorpresa, i chicchi di germe di mais avevano un sapore dolce. Continuai a mangiare con calma, come mi aveva consigliato Anta Willki.

Era la prima volta che mangiavo alimenti vivi!

Tratto da “Negli occhi dello Sciamano” di Hernàn Huarache Mamani, cap. 10

Termini usati

1- Pachakutiy: trasformazione. Cataclisma. Mutamento della Terra. Grande cambiamento della Terra o del tempo. Catastrofe mondiale.

2- P’unchau: idolo che rappresenta il Governatore del giorno.

3- Mamakuna: incaricate dagli “akllawasis”. Donne preparate in un centro educativo di alto livello, chiamate Vergini del Sole, nella società inca.

4- Ayarinaka: inviati, annunciatori delle verità nelle Ande.

5- Samay: respirazione mediana.

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Riccardo Lautizi

Autore

Riccardo Lautizi

Dioni aka Riccardo Lautizi, ingegnere e naturopata olistico specializzato in educazione alimentare e crescita personale, si dedica alla ricerca di tutto quello che riguarda il benessere dell’uomo e alla riscoperta della conoscenza della natura e dell’universo persa in quello che viene chiamato “progresso”. Fin dall’adolescenza indaga tutti i campi della conoscenza per trovare le risposte che ci permettono di avere una vita sana, gioiosa e degna di essere vissuta. Condivide un sapere che collega le più recenti scoperte scientifiche alla conoscenza millenaria di tutte le tradizioni fornendo consigli pratici da attuare nella vita quotidiana. E' fondatore anche del portale www.non-dualita.it

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2 Commenti su questo post

  1. antonio says:

    Grazie! Molto interessante!

  2. Bellissima e poetica spiegazione della realtà del cosmo e della terra

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