pandemia danni psiche

della Prof.ssa Anna Oliverio Ferraris

Estratto da Nexus New Times nr 147 di Nexus Edizioni

Ci sono calamità naturali, come terremoti e incendi, dove la salvezza la si può trovare scappando da casa. Per altre invece – come la pandemia che da quasi un anno stiamo vivendo – sembrerebbe che la salvezza si trovi tra le mura domestiche. Ma è proprio così?

Dal nido salvifico al domicilio coatto 

Nei primi tempi ci si può sentire al sicuro nella propria “tana”, a contatto soltanto con i propri congiunti. Ma più passa il tempo più si sperimenta la sensazione di un progressivo impoverimento della propria vita. Generalmente è dopo i primi dieci giorni che emerge tale sensazione. Ad essa se ne aggiungono altre come la paura di uscire in strada, il timore di incontrare persone infette, nonché una serie di malesseri fisici e/o disagi psicologici dovuti a vita sedentaria e al chiuso e soprattutto al venir meno di quella scansione delle giornate e delle settimane cui si era abituati e che danno senso all’esistenza. La casa, dunque, può trasformarsi da nido salvifico a domicilio coatto per tanti diversi motivi. Il primo ce l’ha spiegato il filosofo Arthur Schopenhauer con la famosa metafora dei porcospini che stretti nella tana non riescono a trovare la giusta distanza: per ripararsi dal freddo si avvicinano gli uni agli altri, gli aculei però li feriscono. Di qui la necessità di allontanarsi di nuovo, fino a quando non trovano la giusta distanza. 

In condizioni di vita ‘normale’ questa sorta di danza tra vicinanza e distanza è la norma: si vive in famiglia ma si esce di casa, si va a scuola e al lavoro, si incontrano gli amici, si va al cinema, ai concerti, alla partita, si fanno passeggiate e sport. Tuttavia, la famiglia non è autosufficiente. E troppa famiglia ‘fa male’, come ben sanno quegli adolescenti che all’inizio di marzo 2020 si sono trovati improvvisamente segregati tra le mura domestiche, ad una età in cui per poter convivere con padri, madri, fratelli e sorelle, è necessario uscire, incontrare gli amici, godere di sufficiente autonomia. E invece molti di loro sono stati costretti a tornare sotto l’ombrello protettivo dei genitori, i quali tendono a trattare i loro figli adolescenti come bambini quando ricadono sotto la loro completa tutela. Pensiamo ad esempio alla didattica online (o Dad, Didattica a distanza, NdR). Una delle conseguenze limitanti per i ragazzi è stata ritrovarsi – all’improvviso – sotto l’occhio vigile dei genitori che in quel frangente hanno assunto, in molti casi, anche il ruolo dei ‘controllori’ cui rendere conto del tempo passato in Dad. Ne è pertanto derivata una contrazione della libertà individuale che contrasta fortemente con la spinta all’emancipazione tipica dell’età. 

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Dad, Deficit di apprendimento, Dispersione scolastica 

Ma c’è anche il caso opposto. Quello di bambini e adolescenti, lasciati a sé stessi o affidati ai nonni perché i genitori, al lavoro fuori casa o impegnati nello smartworking, non avevano tempo per seguirli. Sappiamo che non sempre e non in tutte le aree geografiche – in Italia così come nel resto d’Europa – le tecnologie sono efficienti, a volte funzionano ‘a singhiozzo’, qualche volta non funzionano affatto. Bisogna, comunque, perlomeno possederle per riuscire a connettersi con gli insegnanti. I quali, a loro volta, possono non disporre di devices e/o connessione efficiente. Ma anche disponendo delle tecnologie, il rendimento scolastico risulta quasi sempre inferiore a quello ottenibile in presenza. Una recente ricerca olandese, compiuta da un pool congiunto di ricercatori delle Università di Oxford e Stoccolma, ha avuto l’opportunità di mettere a confronto il rendimento scolastico in Dad di alunni dai 7 agli 11 anni alla fine delle otto settimane di chiusura delle scuole, rapportandolo con quello degli alunni della stessa fascia nei tre anni precedenti, in quanto nelle scuole olandesi sono disponibili i test di valutazione dell’anno in corso e di quelli precedenti svolti nelle stesse settimane dell’anno scolastico. Ne è emerso che il deficit di apprendimento dovuto alle otto settimane di totale assenza dalla scuola corrispondeva alla perdita di almeno un quinto dell’anno scolastico. In pratica, è come se nel periodo in cui erano rimasti a casa con la Dad gli alunni non avessero fatto alcun progresso. Più preoccupante ancora è il fatto che gli alunni delle famiglie con istruzione più bassa hanno mostrato perdite di apprendimento superiori al 55% rispetto alla media. E in Italia?

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Anna Oliverio Ferraris. Accademica, scrittrice, psicoterapeuta. Dal 1980 al 2012 è stata Professore Ordinario di Psicologia dello sviluppo all’Università La Sapienza di Roma. È autrice di saggi, articoli scientifici, testi scolastici e divulgativi in cui affronta i temi dello sviluppo normale e patologico, dell’educazione, della famiglia, della scuola, della comunicazione e del rapporto con i media. È stata membro della Consulta Qualità della Rai, del Comitato Nazionale per la Bioetica e ha diretto la rivista Psicologia Contemporanea. Oggi scrive su riviste MIND, “Conflitti” e “Psicologia Contemporanea” e tiene una propria rubrica periodica “Gli anni della crescita” sulle proprie pagine Fb. Scrittrice prolifica, alcuni dei suoi titoli più recenti sono: Famiglia. Bollati Boringhieri 2020. Sopravvivere con un adolescente in casa. BUR 2019. Tutti per uno (romanzo) Salani 2018. Tuo figlio e il sesso. BUR 2015

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